Le bandiere negate del 2 giugno
Lo scrittore Mazzantini torna in Garfagnana, fronte di guerra fino
al 1945
di Carlo Mazzantini
Sono tornato in Garfagnana. Ero stato invitato da una libera
associazione culturale per un confronto-dibattito su due romanzi nati dalla
guerra civile 1943-45 “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio e il mio “A
cercar la bella Morte”. Romanzi, così diversi per stile e scrittura e approccio
alla materia, l’uno di parte resistenziale, l’altro repubblichina, ma che a
giudizio degli organizzatori avevano un importante nota in comune: il rifiuto
di demonizzare l’avversario e lo sforzo di capirne le ragioni.
La Garfagnana è un inno che la natura canta alla natura. Salendo su da Lucca
quelle colline fitte di boschi di castagni e di faggi che salgono per i ripidi
pendii della valle seguendo il tortuoso andamento del fiume che scorre fra
sassi e salti improvvisi, in questa stagione in cui le foglie novelle sono sul
punto di cedere quel colore così tenero e trasparente a quello più fermo della
maturità, gli aliti di felci e macchie che spirano dal sottobosco, gli squarci
di paesaggio, quei paesi e quei borghi che appaiono appena ti affacci
dall’altra parte di una curva, nulla più ricordano nell’aspetto quell’ultimo
momento di guerra in cui dall’ottobre del ’44 al 22 aprile del ’45 due
divisioni italiane, che ancora indossavano l’antico grigioverde del Piave,del
Don e di El Alamein, quella di fanti di marina San Marco e la divisione alpina
Monterosa che per sei mesi fermarono e tennero testa alle divisioni
anglo-americane che premevano verso il nord.
A guidarci sui luoghi dove quello scontro era avvenuto, a indicarci dove erano
i comandi, le postazioni, gli osservatori di quelle migliaia di soldati
italiani impegnati in quell’ultimo episodio di vera guerra guerreggiata,
Agnolo. Uno di quei personaggi incredibili, appassionati del proprio paese,
cultori di storia locale che la provincia italiana nasconde e ci conserva a suo
onore e per suo merito. Una di quelle persone, nella fattispecie un avvocato,
che sanno tutto su tutto quello che c’è lì, dal monumento al sasso alla parola
detta da quello o da quell’altro, vicende, fatti, aneddoti, uno di quegli
uomini che sono stati in passato i trasmettitori della cultura orale, quella
accanto al caminetto d’inverno e oggi a mio giudizio la fonte più vera e più
popolare della memoria nazionale. “Ecco vedete lassù correva la linea gotica,
di la c’erano gli italiani, di qua gli americani. Vede quella villa, la c’era
il comando del battaglione bersaglieri. Qui proprio qui a questa curva
cominciava la terra di nessuno, e quel borgo laggiù fu quasi completamente
distrutto dai bombardamenti alleati”.
Così, fino all’Oratorio di San Rocco, a Palleroso dove di fronte allo
spettacolo stupendo della valle inondata dal sole in una chiesetta nuda e
semplice, il sacrario delle due divisioni eretto dai reduci sopravissuti. Una
chiesola di campagna toscana, con un vecchio San Rocco in legno in una bacheca
di vetro, sulle cui pareti sono state fissate sette grandi lapidi fitte dei
nomi dei caduti. Oltre mille e centoquaranta nomi che coprono tutta la
onomastica della penisola. Fanti, bersaglieri, alpini, marò, giovani ufficiali,
sergenti e caporali, semplici soldati. Senza frasi retoriche di compianto e di
esaltazione nomi di ragazzi di leva che sentirono il dovere, comunque, di
rispondere alla chiamata alle armi a difesa della Patria.
Le loro bandiere non sfilano nelle parate del 2 giugno.
(da “Il Tempo” del 2 maggio 2005)