| LA NOSTRA STORIA > Gli uomini: Il Tenente Adriano Adami |
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La banda «Pavan» del Bassano. Il 26 aprile 1945 il Maggiore Molinari, consegnò il reparto ai partigiani. Il tenente Adami decise quindi di tentare lo sganciamento con un gruppo di militari che lo seguirono in quell’ultimo, disperato, tentativo di fuga: erano il sottotenente Grechi, il maresciallo Frison, i sergenti Lanza, Dalla Palma, Zecca, Geminiani e l’ausiliaria Catrani -fidanzata dell’Adami- 8 persone in tutto. Il nucleo, partito da Casteldelfino, si diresse a nord procedendo con fatica, limitato nel movimento da neve e buio; raggiunta una grangia, dove fu possibile riposarsi un po’, il conflitto a fuoco con una banda partigiana segnalò la presenza del gruppo. All’alba ripresero il cammino ma caddero in un’imboscata: i partigiani, schierati a cerchio, non avevano lasciato alcuna via di fuga. Furono feriti Grechi e Frison; Zecca, colpito in pieno da una raffica, ebbe due polmoni perforati e un proiettile vicino al cuore. Adami decise di arrendersi. La banda partigiana disarmò i militari e, constatata la gravità del sergente Zecca, fu chiesto ai due ufficiali di sopprimerlo perché il trasporto gli avrebbe causato inutili sofferenze; i compagni non se la sentirono e lasciarono la scelta ai partigiani. Il corpo del caduto venne abbandonato sul posto, mentre il gruppo di prigionieri, scortato dai partigiani, fu portato verso Paesana (Valle Po) dove Adami, identificato, fu legato, pestato e torturato. Tutto il gruppo fu poi trasferito nella locale scuola comunale; sembrava che tutti fossero pervasi da frenesia di vendetta e di odio poiché il paese era stato poco tempo prima incendiato per rappresaglia dai tedeschi. Il gruppo fu sottoposto ad un primo interrogatorio durante il quale Pavan si prese tutta la colpa. La mattina seguente, i prigionieri furono caricati su un autocarro e portati a Saluzzo, presso il campo di concentramento della Caserma «Musso». Durante quest’ultimo trasferimento, la folla, ingiuriosa e violenta, rallentò più volte la colonna; sintomatico questo di una forte pressione e pretesa di “giustizia” da parte della stessa popolazione civile indotta a chiedere il saldo del conto agli uomini ritenuti responsabili di tanti patimenti. Il “processo” iniziò il 29 aprile e fu condotto dal “tribunale” dell’11a divisione «Garibaldi» e della 2a divisione alpina GL; i “giudici” furono gli stessi accusatori, ovviamente. I militari furono imputati di crimini nei confronti di partigiani e di civili, il tutto in ottemperanza a quanto previsto dalle disposizioni emanate dal CMR Piemonte nel novembre 1944. È opportuno dare rilevanza all’aspetto giurisprudenziale della questione pur riconoscendo l’atipicità di tale contesto: fuori discussione la natura del tribunale, de facto; furono gli stessi comandi partigiani a dichiararlo. Non quindi un tribunale di diritto quello che giudicò i militari repubblicani. Concorda Giorgio Bocca: «tali tribunali furono istituiti con criteri assolutamente atipici - dato il momento storico – rivoluzionari; non ci fu nulla di legale. Il processo Adami avvenne in quest’atmosfera e in essa si concluse. Fu la stessa popolazione civile a volerlo». Il gruppo di “giudici” formato ad hoc, in via precauzionale, evitò di qualificarsi con i propri estremi anagrafici utilizzando i nomi di battaglia; dalle indagini espletate dai carabinieri nel 1949, dei sei favorevoli alla condanna abbiamo potuto identificarne con certezza solo due: Luigi Ventre «Gigi» e Claudio Gambolò «Claudio»; il terzo, «Giorgio», potrebbe essere ricondotto alla figura del commissario politico della 2ª divisione GL Giorgio Bocca. Gli altri giudici - «Francesco», «Dino» e «Pinot» - rimangono sconosciuti. L’interrogatorio si concentrò per lo più sulla persona di Adami e sulle attività della sua banda; a tutti gli imputati fu chiesto di confermare l’accanimento antipartigiano di «Pavan» ma non venne formulata nessuna accusa di omicidio. Gli imputati si difesero da soli come meglio poterono; limitate le testimonianze di civili o partigiani, in linea di massima a sfavore degli imputati. In poco tempo si giunse a un verdetto unanime: assolti Grechi, Calabrese, Farneda e Dalla Palma; deferiti al “tribunale del popolo” Molinari, l’alpino Venini e l’ausiliaria Catrani; infine, furono nominati i condannati a morte mediante fucilazione alla schiena: Geminiani, Alongi, Lanza, Frison, riconosciuti quali appartenenti alla «banda Pavan»; per ultimo fu chiamato Adami, colpevole «di aver condotto con particolare accanimento e crudeltà la lotta antipartigiana incendiando case, procedendo al denudamento di donne, maltrattando prigionieri e civili e commettendo crudeltà varie sia nei confronti di partigiani che di borghesi». Adami rimase impassibile, era un uomo molto forte, non fece una piega; al suo fianco c’era il maresciallo Frison. I sergenti Alongi e Geminiani, giunti in un secondo tempo, non subirono il processo ma, uniti al gruppo principale, furono anch’essi condannati a morte. 2 maggio, tardo pomeriggio. Adami, con i suoi compagni, fu accompagnato sul luogo predisposto per l’atto finale; il comandante del plotone d’esecuzione diede l’ordine di far fuoco ma fu interrotto da «Pavan» che, voltandosi, urlò: «Gridate con me: viva l’Italia grande!»; seguirono le raffiche di mitra. Dopo qualche secondo, gli spari con la pistola dei cinque colpi di grazia, quindi di nuovo il silenzio, era tutto finito. Quel mercoledì, a Saluzzo, morirono in 5; sui loro cadaveri, lasciati com’erano caduti, si accanì la rabbia repressa dei civili, costretti a sopportare troppo in quei mesi di paura. Adriano Adami: chi era questo giovane? Possiamo ricostruire la sua vicenda, umana e militare, sulla base delle poche informazioni raccolte. Nato a Perugia nel 1921, dimostrò fin da piccolo una spiccata predisposizione per la vita avventurosa e audace; a quindici anni fece domanda quale volontario per la guerra di Spagna ma fu respinto per la giovane età. Continuò gli studi superiori per poi iscriversi alla Facoltà di Legge, ma il desiderio di indossare una divisa in una guerra ormai alle porte lo indusse a tentare una diversa via: presentata domanda per il corso allievi ufficiali di complemento, fu chiamato alle armi il 1° settembre 1940 presso la scuola militare di Bassano del Grappa; nominato ufficiale, fu inviato in Croazia. Il 9 settembre 1943, si arruolò nei ranghi della 16ª divisione corazzata tedesca stanziata nella zona di Avellino partecipando ai combattimenti di Eboli e Salerno, fu poi trasferito nel settore di Pescara combattendo contro gli Inglesi che risalivano lungo la costa adriatica. Nella battaglia di Ortona, fu ferito da schegge di granata al torace e a una gamba; nel gennaio del 1944 fu chiamato dal generale Gambara presso lo stato maggiore dell’esercito. Il suo desiderio principale era quello di combattere contro gli Alleati; dopo insistenti richieste, nel giugno 1944 fu inviato in Germania per l’addestramento. L’iniziativa e la tenacia con le quali il giovane ufficiale chiese ed ottenne quanto desiderato lasciano intravedere un carattere tenace e deciso. Inquadrato nella divisione «Monterosa», fece ritorno in Italia il 25 luglio e fu aggregato al battaglione «Ivrea» di stanza in Liguria. Comandante interinale di una batteria del gruppo «Bergamo», passò poi al battaglione «Vestone». Impegnato nella zona della Val Trebbia, diventò comandante della 4ª compagnia con la quale visse le tragiche vicende conseguenti alla resa del comandante, e di buona parte del battaglione, ai partigiani. Raggiunse Genova insieme a quanti vollero seguirlo e, in seguito allo scioglimento del battaglione, fu destinato al «Bassano». Le testimonianze che riguardano la sua persona e le sue azioni sono generalmente discordanti, ma su un punto convergono: il coraggio spregiudicato. La sua fidanzata lo definì uomo coerente con le proprie idee e disposto ad accettarne le conseguenze. I suoi colleghi e i suoi amici concordano nell’attribuirgli un carisma eccezionale e un coraggio fuori del comune; i nemici ricordano ancora il timore di un eventuale suo incontro, mentre i valligiani, amplificandone la crudeltà e le minacce, ne fecero un esempio di disumanità. Adami fu comandante di uomini ed ebbe l’ingrato - quanto mai ripudiato - compito di combattere altri italiani. Fu responsabile di una piccola unità infiltrata in ambiente partigiano il cui impiego divenne, a poco a poco, di controbanda. Un impiego sui generis, non contemplato dalla dottrina bellica tradizionale, ma collaudato nella lotta ai partigiani nella Jugoslavia occupata; questa volta però il nemico era rappresentato da connazionali. Pavan si infiltrò nelle zone controllate dai partigiani per raccogliere informazioni e conoscere il territorio nel quale avrebbe dovuto intervenire; operò in parallelo con i tradizionali metodi antiguerriglia condotti dalle altre unità dell’esercito prediligendo puntate rapide e dirette al posto di ampie azioni di rastrellamento. La sua fu un’uscita dalla legittimità del soldato de iure per rientrare in quella categoria alla quale appartennero gli stessi partigiani: la guerriglia, alla quale contrappose la tecnica delle piccole ma efficaci pattuglie. Si circondò di compagni di ventura decisi, capaci ma difficilmente gestibili. Fu questa la caratteristica principale che ancora oggi distingue la banda «Pavan» dal resto del «Bassano»: eccessiva autonomia. Adami, responsabile unico degli uomini alle sue dipendenze, dovette più volte richiamare all’ordine e alla disciplina alcuni suoi subordinati. Un’attività intensa; non risparmiò se stesso e nemmeno chi si frappose fra i suoi intendimenti e il raggiungimento dell’obiettivo prefisso. Istituì una fitta ed efficiente rete d’informazione con il supporto di uomini e donne della valle: collaboratori ma anche doppiogiochisti e profittatori. Dagli atti processuali compilati dai comandi partigiani, non risultano ascritte all’Adami responsabilità dirette per uccisioni ma il furor di popolo e la necessità di un prezzo da pagare valsero per lui la pena estrema: morte mediante fucilazione. Un giovane di ventitré anni, che tanta paura seppe incutere nei suoi nemici, rappresentò quella generazione di giovani volontari - così diversa da quella dei coscritti - disposti a tutto pur di vivere nell’ideale fascista, anche a morire: violento irrefrenabile per alcuni, romantico e coerente sino alla fine per altri. |