LA NOSTRA STORIA > Fronte Occidentale. Il Battaglione Bassano alla conquista del Colle di San Veran

FRONTE OCCIDENTALE
IL BATTAGLIONE BASSANO ALLA CONQUISTA DEL COLLE DI SAN VERAN

Tratto da Claudio Bertolotti - “Storia del Battaglione Alpini Bassano”

Ricevuto l’ordine prioritario per l’occupazione e la difesa di tutti i passi ed i colli sul confine con la Francia, il capitano Molinari stabilì la linea di condotta per l’eliminazione di eventuali elementi di resistenza colà presenti. Effettuata l’occupazione della totalità degli obiettivi prefissati dall’ordine d’operazione, rimase ancora da raggiungere l’obiettivo comportante le maggiori difficoltà: il colle del San Veran. Su tale posizione era stata appurata la presenza di elementi nemici dei quali non chiari risultavano la natura e l’atteggiamento.

Pertanto, con la predisposizione dei tempi e delle fasi d’operazione, ebbe inizio l’azione offensiva intrapresa dal Bassano atta a prendere possesso delle posizioni predominanti il confine. Compito delle unità impiegate era di “…rioccupare il Colle di San Veran ricacciando il nemico e mantenere le posizioni ad ogni costo…, (agendo) frontalmente con azione dimostrativa e forzando sui fianchi.” Di conseguenza, fu disposto che il plotone fucilieri comandato dal sottotenente Capece Galeota Giovanni (III/6) agisse sulla sinistra (destra orografica) attraverso Col Brancetta e Rocca Bianca, mentre il plotone condotto dal sottotenente Vitali Gino (II/6) avrebbe seguito l’itinerario di destra (sinistra orografica) attraverso la Punta dell’Alpe di Pelvo. L’azione finale avrebbe visto la sincrona convergenza dei plotoni sull’obiettivo, previa occupazione delle quote dominanti il passo. Il necessario fuoco d’appoggio sarebbe stato fornito dal plotone mortai che, percorrendo a distanza conveniente il plotone di destra, avrebbe effettuato lo schieramento su Costa Biavetta (q.2840). L’azione d’impegno del nemico fu assegnata alle due squadre della 7ª compagnia comandate dal sottotenente De Massari che, fissando frontalmente, lo avrebbero tenuto in difensiva su quel fronte.

Il giorno precedente l’attacco, martedì 26, le tre squadre di riserva pronte ad intervenire in supporto alle unità in offensiva furono schierate a difesa della valle di San Veran. L’inizio del trasferimento verso Chianale, base di partenza per l’attacco, avvenne alle due di notte e vide muoversi da Casteldelfino i due plotoni designati della 6ª compagnia, seguiti dal plotone mortai della 9ª con tre armi. Ogni uomo ricevette la dotazione completa di munizioni, individuale e d’arma al seguito, mentre quella di riserva seguì gli uomini in marcia. L’uniforme da guerra fu integrata dallo zaino tattico contenente il cappotto, la coperta, il telo tenda, l’elmetto ed i viveri di conforto a secco per la giornata: il minimo indispensabile per vivere, muovere e combattere in un ambiente ostile qual è quello montano.

La pianificazione delle differenti fasi dell’operazione aveva previsto l’ubicazione del posto di medicazione nei pressi della caserma di Chianale, sotto i roccioni, in maniera tale da consentire un concreto riparo da eventuali offese provenienti dal fronte. Trovandosi, il paese, in prossimità del confine v’era il reale rischio d’offesa da parte del tiro d’artiglierie proveniente dalla Francia. Vi avrebbero trovato assistenza gli eventuali feriti in battaglia prontamente trasportati a valle dai barellieri.

Analogamente a quanto disposto per il posto di medicazione, il Posto Comando di battaglione, in conseguenza al proseguire dell’azione offensiva, avrebbe stazionato prima a Chianale e successivamente nei locali del rifugio alpino Carlo Emanuele II (quota 2220). In un secondo tempo si sarebbe trasferito nella zona di Costa Rosa, prima, e a Costa Biavetta nell’ultima fase condotta.

L’inizio dell’azione vide muovere i nuclei di combattimento che, nelle diverse direzioni e sfruttando l’oscurità della notte, procedettero avvicinandosi alle postazioni avversarie: una marcia di avvicinamento non facile che con i suoi 1100 metri di dislivello contribuì ad accrescere le difficoltà oggettive. L’assenza di collegamento telefonico con i reparti impegnati nell’attacco e l’impossibilità d’utilizzo degli apparati radio a causa della conformazione del terreno, comportarono il rallentamento della trasmissione degli ordini e limitarono, conseguentemente, la percezione della realtà degli accadimenti al fronte; l’unica soluzione applicabile al momento fu l’impiego di portaordini in continuo collegamento con il posto comando di battaglione. A tal proposito, alle ore 09.00 del mattino, fu deciso l’invio di una pattuglia di collegamento con il sottotenente Momo, fermo a Craset in attesa di movimento per l’occupazione del Colle dell’Autaret.

Alle ore 11.00 giunse, presso la caserma di Chianale, il generale Schrank, comandante la Vª divisione alpina tedesca, per una visita al settore e per meglio rendersi conto dello sviluppo dell’azione condotta dal Bassano: nessuna novità di rilievo era però pervenuta fino a quel momento. Con il rientro, alle 18.00, del comandante di battaglione e dell’ufficiale medico della 6ª compagnia, giunse notizia della conquista del passo da parte delle due squadre della 6ª che ricevettero l’ordine di occupare e consolidare le posizioni. Nessuna notizia era pervenuta sulla sorte delle squadre al comando del sottotenente De Massari (III/7) che, giunto il giorno precedente presso il rifugio sotto il passo, aveva deciso di trascorrervi la notte per poi occupare l’obiettivo alle prime luci dell’alba; al calar della notte, un’azione condotta dai francesi (F.F.I.), anticipata da un intenso fuoco di artiglieria (una batteria da 155/23) sull’abitato di Chianale, colse però di sorpresa il plotone che, dopo un breve scontro, fu circondato e costretto alla resa: “Il piccolo reparto(...) era stato sorpreso nel posto di dogana (...), dove si era asserragliato, ed aveva resistito sino a che alla MG 42 non si era rotto il bipede, e le munizioni erano giunte all’esaurimento.” Immediato l’invio di rinforzi che, partiti alle 20.30 e giuntivi alle ore 01.00 del 28, trovarono la struttura nel massimo disordine e con gli zaini abbandonati al suo interno: non poterono che constatare la cattura dell’ufficiale unitamente agli uomini alle sue dipendenze. Dopo una ricognizione della zona e la predisposizione di un sistema di sicurezza speditivo costituito da alcune sentinelle, alle prime luci dell’alba fu occupato il colle ed iniziati i lavori di sistemazione per le armi automatiche mentre, per la notte, furono predisposti dei ricoveri con i teli tenda individuali in dotazione.

Alle ore 21.00, avvenne il rientro del sottotenente Capece Galeota (III/6), congiuntamente al plotone mortai della 9ª compagnia che, raggiunto l’obiettivo prefissato ed effettuato il rastrellamento in profondità fino all’abitato di Fontgillarde, lasciò il settore sotto la responsabilità del plotone Vitali (II/6). Questi, successivamente “…attaccato da truppe nemiche già in postazione… sulla Rocca Nigra e composte da circa una …diecina di uomini armati di mitragliatrici pesanti e leggere (…) e di mortai…”, lasciò sul terreno un morto e sette dispersi fra i quali un tedesco, due fucili mitragliatori, fucili ed elmetti perduti; il nemico al contrario aveva ceduto progressivamente il terreno senza subire perdite sensibili. Nel contesto di tale movimento, una squadra inserita nel plotone Vitali sbagliò percorso spingendosi alcuni chilometri all’interno delle linee francesi. Partita dal colle dell’Agnello e diretta a quello di San Veran, si era portata in direzione dell’abitato di Fontgillarde dove fu fatta bersaglio del fuoco francese. Impossibilitata ad effettuare uno sganciamento e valutata l’impossibilità di attendere rinforzi, all’imbrunire la squadra si arrese deponendo le armi. Sotto scorta gli alpini furono portati all’interno dell’abitato ove, rinchiusi nella chiesa, vennero costretti a consegnare il portafogli ed ogni altro avere; solo a notte inoltrata avvenne il trasporto su autocarro alle carceri di Moulines en Queyras. A costo di queste gravi emorragie il Bassano riportò la bandiera italiana sul Colle di San Veran, ma ancora non era stata detta la parola fine all’occupazione dei punti nevralgici sul confine.

Il giorno 28 settembre, “…in seguito a disturbi continui del nemico, il Comandante del Battaglione… decideva …di rinforzare i Passi… disponendo …che un plotone della 6ª Compagnia si portasse immediatamente a Chianale a (q. 2160) in modo da essere pronto ad intervenire tanto al Colle di San Veran quanto al Colle dell’Agnello. Simultaneamente …la squadra mortai della 6ª (compagnia)… si unì in rinforzo al plotone Vitali sul …Passo di San Veran…” mentre… “il plotone pezzi…spostò lo schieramento …da Castello a Cheiron (q.2200) in modo da poter battere (sia) il passo di San Veran (sia) quello dell’Agnello.” Infine, per incrementare il potere d’arresto sulla linea del confine, fu deciso che “…una squadra della 6ª Compagnia, …unitamente ad …una squadra mortai della 9ª compagnia …fosse inviata …ad occupare il passo di Sustra.” V’è da porre in evidenza quanto difficoltoso risultasse lo spostamento dei reparti dal fondovalle verso gli obbiettivi posti tutti ad alta quota; maggiori difficoltà in conseguenza alle avverse condizioni meteorologiche: il trasferimento degli uomini avvenne sotto una fitta tormenta di neve.

Il terzo giorno, alle ore 10, fu comunicato dal comando della 7ª compagnia, di stanza a Chianale, che un intenso fuoco di mitragliatrici e fucili, proveniente dalle alture dominanti il colle, aveva colpito le unità della 6ª li stanziate causando la perdita immediata di un alpino ed il ferimento di altri due, uno dei quali -il sergente maggiore Gastaldello- troverà la morte poche ore dopo. Una testimonianza diretta ci aiuta a ricostruire i fatti di quel giorno: approssimativamente alle ore 07.30, la squadra del sergente maggiore Gastaldello prese posizione sul lato destro del passo ma fu immediatamente fatto oggetto del fuoco di armi automatiche di alcune pattuglie francesi che, col favore della notte, avevano raggiunto le alture dominanti e le avevano occupate. “Il Tenente Roncador con un alpino, aveva controllato una parete a strapiombo (...) All’improvviso purtroppo vidi chiaramente una forma tozza e bassa che si muoveva carponi nascondendosi dietro un cappotto militare avanzando adagio adagio verso la mia parte. (...) Vedo arrivare Ferro (portaordini) e gli urlo di tornare indietro (...) ma il francese gli spara diversi colpi (...), scende veloce verso di me e si butta alla mia destra. A questo punto il francese ci spara e le pallottole che hanno colpito la mia coscia destra uscendo colpiscono Ferro al ventre. (...) Ebbe una lunga agonia e si ripeteva continuamente «mamma cosa ho fatto di male». Poi i nostri cominciarono a sparare e vennero a prenderci.” Il combattimento, protrattosi sino a mezzogiorno, si concluse con l’individuazione delle postazioni avversarie ed il conseguente concentramento del fuoco simultaneo di armi individuali e di reparto; a ciò conseguì lo sganciamento delle unità francesi.

La risposta che Molinari volle dare fu energica e decisiva: un’iniziativa frontale condotta dal plotone del sottotenente Capece Galeota, già portatosi sopra Chianale, ed il successivo rafforzamento del colle. Così avvenne. L’avanzata dei circa quaranta uomini al comando del giovane ufficiale indusse il nemico, dopo un breve combattimento, al ripiegamento verso le posizioni più arretrate nel fondovalle della Val Tineè francese: anche il comandante di battaglione, inquieto per la situazione di stallo, si mosse alle 14.00 verso la zona dei combattimenti constatando di persona il possesso del colle e delle adiacenti alture dominanti. Le ore successive, vennero impiegate dagli alpini del Bassano per il rafforzamento degli elementi difensivi ed alla costituzione di ricoveri speditivi atti ad ospitare gli uomini destinati a permanervi in difesa. Un reduce del plotone “Capece” ci ha lasciato testimonianza dell’attività svolta dagli alpini dopo l’occupazione del colle: “…il plotone è di pattuglia dopo un attacco, si cammina per ore e ore, nel tardo pomeriggio il plotone si attesta lungo il valico; il tenente e tre alpini con lui si cercano un riparo per la notte…(dopo aver stabilito i turni per)…il servizio di guardia.

Ora, dopo tre giorni impiegati per portare a termine l’operazione, si potevano tirare le somme. Un’azione non facile, indiscutibilmente, ma che avrebbe potuto concludersi differentemente se si fossero tenuti in considerazione diversi fattori. Le squadre del sottotenente De Massari, catturata nottetempo, avrebbe potuto evitare tale sorte se non avesse ingenuamente ritenuto di essere al sicuro a valle dell’obiettivo senza un posto d’osservazione e allarme sul colle. Indubbiamente, questo fatto denuncia un grave errore di valutazione da parte dell’ufficiale in questione che, col senno di poi, avrebbe potuto creare scompensi ben maggiori di quelli che in seguito sarebbero accaduti; inoltre, una squadra partita dal Colle dell’Agnello sbagliò strada dirigendosi in territorio nemico cadendovi prigioniera; e ancora, la lentezza dello schieramento del dispositivo di plotone comportò un decisivo vantaggio per le unità francesi alle quali venne così concesso un maggior lasso di tempo per attuare la puntata offensiva e cogliere di sorpresa quella italiana.

V’è, inoltre, da chiedersi il perché di un’azione così dispersiva. Dopo la prima fase in offensiva, ritenendo erroneamente di avere il controllo dell’intera area, Molinari dispose il ritiro dal fronte del plotone fucilieri e di quello mortai. L’assenza di quest’ultimo, come abbiamo visto, fu la causa principale del basso potere di combattimento durante il contrattacco proveniente dalle linee francesi. E’ evidente la necessità del fuoco d’appoggio fornito dai mortai in un’azione condotta in offensiva; pari ausilio risulta necessario in caso di azione atta a contenere un’iniziativa avversaria. Errore di valutazione che costò al battaglione un grave tributo di sangue con la perdita di due sottufficiali ed altrettanti alpini. Ulteriormente, se il plotone del sottotenente Capece Galeota (III/6) si fosse consolidato sulle posizioni conquistate anziché rientrare dopo l’offensiva iniziale, non sarebbe stato necessario inviarlo il giorno seguente per risolvere la situazione divenuta ormai critica. Anche questo denota una non ben approfondita pianificazione dell’operazione dovuta, con molta probabilità, ad una raccolta d’informazioni insufficiente per comprendere la dislocazione, la natura e l’entità delle forze occupanti gli obiettivi. Tuttavia, sarebbe semplicistico per noi, oggi, valutare gli errori di allora con un criterio di giudizio posteriore e con fonti documentaristiche - oggi reperibili - in grado di indicarci posizioni e movimenti dei reparti francesi. V’è da ammettere che un comandante d’unità in guerra si avvale del potere decisionale che, in assenza di chiare e specifiche direttrici da seguire e viste le discrezionalità concessegli, al momento è ritenuto più opportuno: solo in un secondo tempo esse possono esser messe in discussione. Noi a questo vogliamo far riferimento: la valutazione dei fatti di allora con un criterio di giudizio rapportato a quel tempo, libero da preconcetti. Il capitano Molinari, ad ogni modo, raggiunse lo scopo che si era prefissato: l’occupazione dei colli e dei passi sul confine. A questo punto poté avere inizio la seconda fase del processo di controllo del fronte comportante il consolidamento delle posizioni acquisite e l’osservazione dei movimenti nemici.

Tratto da Claudio Bertolotti - “Storia del Battaglione Alpini Bassano”